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Cos’è un Eremo?

“…Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore”
Attraverso il profeta Osea, così, con questi accenti di tenerezza, Dio si rivolge ad Israele suo popolo.
Nell’allegoria di una donna ricercata appassionatamente ed amata, Dio manifesta il suo intento di predilezione verso un’ anima che ricerca per tutta la vita il suo volto.
“Il tuo volto io cerco, non nascondermi il tuo volto, Signore”. Poiché il signore non si fa trovare nel chiasso, ecco spiegato il perché della ricerca di luoghi di silenzio,solitari, eremitici; sono necessari per poter avertire la presenza di Dio e vivere di conseguenza nella sua contemplazione; questo è l’eremo!
Dove il Carmelo attinge questo anelito insopprimibile, verso la vita eremitica?
“…Alberto, per grazia di Dio, Patriarca della Chiesa di Gerusalemme, agli eremiti dimoranti sul monte Carmelo, presso la fonte (di Elia), salute nel Signore…”


Queste primissime parole della Regola del Carmelo, (scrittaci nello stile di una lettera, da S. Alberto, Legato Pontificio, tra il 1206 e il 1214 e confermata già nel 1226 da Papa Onorio III), richiamano in modo manifesto lo stile di vita che i nostri antichi Padri volevano condurre.
Scelsero la biblica montagna del Carmelo. un promontorio che si protende maestoso nel mar Mediterraneo, nel nord della Palestina, la terra di Gesù.
Un discepolo di Cristo che desidera esprimere la sua consacrazione a Diosa nella forma di vita eremitica, deve dare molto importanza alla scelta del luogo.
Deve essere: silenzioso, cioè, lontano dal chiasso, appartato, cioè, distaccato dalle sollecitazioni del mondo, desertico, dove si avverte il fascino insondabile del mistero di Dio, elevato, magari su di un monte, perché continuamente sia di suggerimento a quel desiderio di tendere sempre in alto, verso il cielo…”in quo est beneplacitus Dei”.
Per l’autore sacro, e per gli ex crociati che approdarono su questo monte, Il Carmelo racchiude in sé tutte queste prerogative.
I profeti infatti , l’anno visto come luogo privileggiato per fare esperienza di Dio.Il nostro Santo Padre Ispiratore, il Profeta Elia, aveva scelto questo luogo, oppresso dall’angoscia, vi si rifugiava bramando la sua solitudine, il suo silenzio, la sua pace.
Su questo monte testimoniò davanti al re Acab e al suo popolo Israele, la fedeltà e lo zelo per la causa del Dio dei Padri.
In un anfratto (grotta) del Carmelo, al soffio di un vento leggero, avvertì la presenza di Dio, coprendosi il volto, ed inebriato di Dio, dichiarò: “Viva il Signore al cui cospetto io sto”. Il Monte Carmelo attira anche per la sua magnificenza ubertosa, tanto che il Profeta Geremia così esprime la munificenza di Dio verso il suo popolo: “vi ho introdotti nella terra del Carmelo perchè ne gustiate i frutti e di questi i più squisiti”. Questa tesimonianza del proeta, lungo i secoli dell’era cristiana, è stata sempre un forte richiamo soprattutto per coloro che volevano vivere in solitudine e gustare i frutti squisiti della divina contemplazione.
Ideale del carmelitano è quindi: “vivere nell’ossequio di Cristo” sull’esempio di Maria ed ardere di zelo per la causa di Dio ad imitazione del Profeta Elia e tutto questo sempre e comunque in un luogo eremitico.
Nella plurisecolare storia dell’Ordine, vi è stato sempre presente, nell’animo dei riformatori che si sono succeduti nelle varie epoche, questo richiamo nostalgico verso l’eremo del Carmelo per poter vivere: “In silentio et Spes” al cospetto di Dio, “meditando giorno e notte nella legge del Signore”.
Il Santuario Mariano Diocesano sul Monte Calpazio in Capaccio-Paestum (SA) l’ho scelto perché nella configurazione topografica mi richiamava lo stesso monastero carmelitano: “Stella Maris” e quindi mi permetteva di viverci in rifermento a questa prerogativa.
Il 23 marzo 1991, Sua Ecc.za Mons. Giuseppe Rocco Favale, Vescovo di vallo della Lucania, benediceva il nuovo altare nella restaurata antica Cattedrale, riaprendola al culto e affidandola, per la cura spirituale delle anime, all’eremita P. Domenico M. Fiore dei PP. carmelitani dell’Antica Osservanza della Provincia Napoletana.
Attualmente vivo ancora da solo in questo cenobio della Madonna del Granato, ma è mio vivo desiderio che (mercè l’intercessione della B.V. Maria nostra Madre e Sorella) il Signore realizzi una numerosa “fraternità orante”.
La finalità di questa mia esperienza è quella di voler testimoniare ai fratelli nella fede (spesso così distratti dal chiasso e dalle tante pseudo-esigenze che il mondo d’oggi offre) la necessità insostituibile dell’assoluto di Dio nella vita di ognuno di noi.
Inizio la giornata alle quattro del mattino e la concludo alle venti; l’orario che regola tutta la giornata, alterna alla preghiera il lavoro e lo studio.
Per non restare nel generico ecco alcuni dettagli: nell’eremo si hanno 5 ore di preghiera in comune e 3 ore di preghiera in privato per poter dare spazio, in solitudine, anche a quell’intimo rapporto d’amore tra l’anima e Dio.
Vi sono 8 ore di riposo e le rimanenti 8 ore vengono riempite dalle occupazioni domesitche, o dal lavoro nei campi o dallo studio in cella; (non si ammette nell’eremo personale di servizo).
Ho messo in iscritto questi miei propositi di vita eremitica per venire incontro alle richieste di coloro che mi sollecitano al riguardo; non intendo pertanto insegnare nulla a nessuno, del resto son venuto nell’eremo per apprendere alla scuola di Dio e per bussare al Suo cuore con la preghiera.
Non intendo riformare alcunché; desidero solo vivere per tutta la vita quello che mi è stato insegnato nel noviziato.
Questo scritto mi offre la possibilità di ricordare attraverso questo giornalino, a tanti fratelli “smarriti di cuore” e a tanti giovani che forse vivono il travaglio della scelta nella vita: “Cristo ha bisogno di voi, dei ribelli alla mediocrità” (Paolo VI).
Non temiamo quindi di rispondere in modo radicale a Cristo che chiama al suo seguito.
“Spalanchiamogli la porta del nostro cuore” (Giovanni Paolo II).
Sia Lui la nostra scelta definitiva; il cuore di qualsiasi scelta è l’Amore, ed il cuore è una ricchezza che non si vende e non si compra, ma si dona senza timori e senza pretese.
Cristo in cambio non si farà vincere in generosità da nessuno di noi.
(L’Eremita)

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